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The Iron Lady

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Dopo “Il discorso del Re” e “Anonymous”, entrambi del 2011, ecco un altro film che tratta un pezzo di storia inglese. “The Iron Lady” si apre con la “Lady di ferro” (questo il soprannome che le fu dato all’epoca in cui fu il primo, e finora unico, Premier donna inglese) ormai vecchia e fuori dal giro della politica, che prepara due “boiled eggs” per lei e il marito Denis che la attende seduto al tavolo della piccola cucina.

Scopriamo però immediatamente che questa scenetta così tenera e familiare si sta svolgendo solo nella mente dell’anziana donna. Da qualche tempo, infatti, Margaret Thatcher (qui magnificamente interpretata da Meryl Streep) soffre di demenza senile, una malattia che la sta portando lentamente a perdere il contatto con la realtà. Le allucinazioni si mescolano ai ricordi ancora vivi nella sua mente, che appaiono sullo schermo sotto forma di flashback. La donna torna indietro col pensiero agli anni del dopoguerra, quando ascoltava estasiata i comizi del padre droghiere che trasmette alla giovane Margaret (interpretata dalla giovane Alexandra Roach, che non sfigura di fronte alla “grande” Streep) la passione per la politica. Seguendo l’esempio dal padre, della sua vita fatta di sacrifici e duro lavoro, la Thatcher trasferisce questi ideali nel suo pensiero politico: niente pappa pronta, ogni cittadino deve rimboccarsi le maniche e contribuire al bene del Paese. In questo caso parliamo dell’Inghilterra della fine degli anni 70, colpita da un forte declino economico, che la Thatcher cercò di curare con delle misure molto impopolari che provocarono scontri sociali, proteste dei lavoratori e dei sindacati (represse spesso con la violenza dalla polizia). Il suo carattere forte e deciso, provoca contrasti anche all’interno del partito conservatore che nei primi anni 90, a seguito delle proteste per contro la poll tax, decide di non riconfermarle l’appoggio, decretando così la fine del suo terzo mandato.

Il film ci mostra una donna forte che con determinazione si fa strada in un mondo, quello politico, fino a quel momento appannaggio esclusivo degli uomini. La scena del suo ingresso nella Camera dei Comuni in tailleur e tacchi a spillo, tra gli sguardi sorpresi dei suoi colleghi, unica macchia di colore tra tanti abiti grigi, rende bene l’idea di quanto contasse fino a quel momento la figura femminile nella vita politica inglese. La donna ottantenne, nonostante la malattia le impedisca di essere quella di un tempo, non perde però il suo orgoglio e la sua fermezza. Tenta inizialmente di combattere da sola contro questo nemico sleale, perché invisibile, e sceglie di affrontare questa nuova impresa nello stesso modo in cui fece altre volte in passato: senza arretrare di un passo. Dovrà però infine cedere e riconoscere, prima di tutto a se stessa, che tutto è cambiato, che lei non è più la stessa di un tempo e che questa è la prima battaglia in cui, per vincere, non le basterà affidarsi esclusivamente alle sue forze.

Nell’ultima scena la sentiamo pronunciare due sole parole che hanno il suono della resa: “Non lasciarmi!”. Scopriamo, dunque, che sotto la corazza di ferro si nasconde una donna fragile e impaurita che comprende soltanto adesso come la sua scelta di donarsi completamente alla vita politica, abbia pregiudicato irrimediabilmente la sua vita privata. Una donna che, di fronte all’evidenza di non avere più le capacità fisiche e mentali per riprendere il controllo della sua vita, scoppia in un urlo disperato.

This must be the place di Paolo Sorrentino.

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This Must Be The Place.

“Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo “farò così” a quella in cui diremo “è andata così” ” (Cheyenne)

Ieri sono andato a vedere il nuovo film di Paolo Sorrentino che ha come protagonista principale (nascosto sotto un parruccone alla Robert Smith, uno strato spesso di cerone e del rossetto rosso sangue) Sean Penn.

Il film racconta la storia di Cheyenne, una rockstar ormai in pensione, che vive le sue giornate all’interno della sua enorme casa a giocare a pelota con la moglie dentro una piscina vuota (Ah! non vi azzardate a chiedergli perché non l’ha mai riempita d’acqua!). La sua vita scorre lenta e monotona. Sempre le stesse cose, sempre le stesse persone: la moglie pompiere, la sorella distrutta dalla scomparso del figlio e la nipote adolescente. A quest’ultima lo lega, oltre allo stesso look e gli stessi gusti musicali, un rapporto molto stretto, quasi filiale, tanto da spingerlo ad improvvisarsi Cupido e tentare, per buona parte del film, di farla fidanzare con un bravo ragazzo, troppo timido e impacciato per farsi avanti nel modo giusto.

La sua vita è segnata da un evento tragico:  due ragazzi, vent’anni prima, seguendo alla lettera i testi delle sue canzoni deprimenti, si tolsero la vita. Da allora decise di non cantare più. Quasi come una punizione auto-inflittasi, ad eternare quella colpa che si sentiva addosso sulla propria pelle, mantenne però negli anni a venire gli stessi vestiti e lo stesso trucco di allora. Quest’uomo depresso, annoiato da una vita che ha perso ogni senso e incapace ormai di sorridere (in tutto il film non fa che produrre dei “ridolini” isterici) trova il modo per dare una svolta alla sua esistenza grazie ad un altro triste evento. Il padre ebreo, con il quale non aveva più contatti da quando aveva iniziato la sua carriera musicale, muore. Scopre allora che suo padre, per tutta la vita, era stato alla ricerca di un vecchio criminale nazista, suo carceriere nel lager in cui era stato imprigionato da bambino. Cheyenne parte allora per un viaggio che lo porterà a girare l’America, a conoscere cose nuove (lui stesso dice: “in questo viaggio ho fatto tante cose per la prima volta”, che detto da una rockstar sembra una battuta, ma probabilmente è una verità) e persone nuove.

Il film di Sorrentino, regista de Il Divo, è una sorta di manuale che potrebbe avere questo titolo: come trovare un senso a una vita che non ce l’ha. Cheyenne la ritrova facendo del bene agli altri. Generando riconoscenza (che è “la cosa più bella del mondo”, secondo il biker tatuato che incontra in un bar). Dà agli altri e, senza chiedere, spontaneamente, ottiene dagli altri ciò che stava cercando: dal mezzo per viaggiare ai nomi e gli indirizzi che lo avvicinano sempre più al nazista novantenne. Durante il suo viaggio prende in prestito un auto per fare un favore a uno sconosciuto incontrato in autogrill; allontana, anche solo per poco, la solitudine di una donna anziana; ridona il sorriso a un bambino e la fiducia negli altri a sua madre; dà un passaggio nel deserto ad un enigmatico e silenzioso indiano; dà la possibilità ad un inventore geniale ma sconosciuto di essere “riconosciuto”. Infine “vendica” il padre, in una maniera abbastanza particolare e inaspettata. Ma soprattutto, ritrova se stesso. E, citando Kung Fu Panda, trova la sua “pace interiore”.

Alla fine del viaggio farà pace con se stesso e potrà finalmente abbandonare la maschera che portava addosso da anni per proteggersi da un passato doloroso con il quale aveva paura di confrontarsi. In un mondo sempre più solo e fatto di individui, il regista ci invita a non restare chiusi in noi stessi, a non lasciare che i dolori e le difficoltà ci isolino dal mondo ma al contrario a cercare negli altri ciò che sentiamo mancare in noi stessi. E riesce a farlo senza annoiare, né far piangere, ma con il sorriso, come nella migliore tradizione della commedia italiana (Monicelli docet).

Quei ragazzi di Regalpetra

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“Quei ragazzi di Regalpetra” è tratto dal libro omonimo di Gaetano Savatteri e vede come regista e protagonista Vincenzo Pirrotta. Ad accompagnare il racconto nello splendido scenario del Teatro greco-romano di Catania, le musiche eseguite dall’ Orchestra Giovanile Bellini dell’Istituto Superiore di Studi Musicali Vincenzo Bellini di Catania diretta da Luca Mauceri.

Lo spettacolo racconta le vicende alterne di due gruppi di ragazzi di Regalpetra all’indomani della morte di Leonardo “Nanà” Sciascia che, per il paese soggetto dei suoi romanzi e dal quale non era mai andato via, era come una sorta di vaccino contro la mafia. Fino alla sua morte infatti Recalmuto era una delle cosidette “province babbe” dove la mafia “dormiva”.
Ma quando questo freno alla violenza viene meno, ecco che questa esplode flagorosamente e in 17 anni di stragi continue (“Sangu chiama sangu”) travolge e sconvolge le esistenze dei figli di Regalpetra.
Alcuni, scelgono di vendicare col sangue le morti volute dal clan degli Stiddari in lotta con la mafia locale per la conquista del potere, cedendo alla tentazione di una violenza che se li porterà via tutti.
Altri, scelgono invece di seguire l’esempio di Sciascia, fondano un giornale “Malgrado tutto” e combattono con l’impegno intellettuale e sociale quella stessa violenza.
Lo spettacolo ci lascia però con una riflessione, che è quella di Pirrotta/Savatteri.
Quei ragazzi cresciuti insieme in quel paese di zolfo e sale, avevano giocato e sognato insieme, poi, senza neanche accorgersi una piccola distanza si è inserita tra i due gruppi.
20 passi.
Quelli che separavano il bar degli universitari dal locale del barbiere.

E Pirrotta/Savatteri ci chiede (e si chiede): sarebbe andato allo stesso modo se anche solo uno di noi avesse avuto il coraggio di percorrere quei pochi passi?

Visto ieri sera, e ancora tremo.
Lo spettacolo merita davvero.
Pirrotta è come sempre emozionante e trascinante…
Lo sfondo del teatro romano poi, concorre a rendere al meglio l’atmosfera di tragedia che avvolge le vicende dei ragazzi e del paese di Regalpetra.
Insomma da vedere assolutamente!

Quei ragazzi di Regalpetra