Nulla è cambiato. Anzi, no.

Standard

Nell’ultimo post, che risale a un bel pò di mesi fa, forse ho un pò esagerato nell’autocommiserazione, ma avevo bisogno di quello sfogo.
Da allora nulla o quasi è cambiato, infatti faccio ancora parte dei 3 milioni di disoccupati.
Continuo a cercare, ma niente sembra smuoversi.
Il mercato del lavoro purtroppo non offre nulla che vada oltre lo sfruttamento “camuffato” da lavoro, vedi call-center a 300€ al mese. Spero di non risultare schizzinoso, ma quello non è un lavoro: è ricatto.
Confido che le cose possano cambiare, anche perché i 30 si fanno sempre più vicini.
Per questo insisto nella ricerca anche se questa situazione, che sembra ogni giorno di più senza soluzione, mi sta veramente consumando.
Ecco cosa è cambiato: non penso più di essere io il problema.

Detto questo, spero di farmi vivo più spesso in questi luoghi.

Annunci
Digressione

Diventare bravi solo nel combinare casini, scoprirsi incapaci di realizzare alcunché di buono nella propria vita,
risultare antipatici pur sforzandosi di non voler esserlo.
Ecco, non è così facile, credetemi.
Anche per questo ci vuole metodo ed esperienza maturate nel corso degli anni.
Insomma, non ci si inventa buoni a nulla così, dal giorno alla notte.

Devo liberarmi di questa idea che ho di me, prima che diventi davvero e irrimediabilmente ME.

“Non so spiegare questa mia tristezza;
mi stanca; anche voi dite che vi stanca;
ma come l’abbia presa, trovata, assorbita,
di che è fatta, di dove venga,
vallo a sapere…
La malinconia mi rende un tale mentecatto,
che stento a riconoscere me stesso.”
William Shakespeare

Quest’idea che ho di me.

The Iron Lady

Standard

Dopo “Il discorso del Re” e “Anonymous”, entrambi del 2011, ecco un altro film che tratta un pezzo di storia inglese. “The Iron Lady” si apre con la “Lady di ferro” (questo il soprannome che le fu dato all’epoca in cui fu il primo, e finora unico, Premier donna inglese) ormai vecchia e fuori dal giro della politica, che prepara due “boiled eggs” per lei e il marito Denis che la attende seduto al tavolo della piccola cucina.

Scopriamo però immediatamente che questa scenetta così tenera e familiare si sta svolgendo solo nella mente dell’anziana donna. Da qualche tempo, infatti, Margaret Thatcher (qui magnificamente interpretata da Meryl Streep) soffre di demenza senile, una malattia che la sta portando lentamente a perdere il contatto con la realtà. Le allucinazioni si mescolano ai ricordi ancora vivi nella sua mente, che appaiono sullo schermo sotto forma di flashback. La donna torna indietro col pensiero agli anni del dopoguerra, quando ascoltava estasiata i comizi del padre droghiere che trasmette alla giovane Margaret (interpretata dalla giovane Alexandra Roach, che non sfigura di fronte alla “grande” Streep) la passione per la politica. Seguendo l’esempio dal padre, della sua vita fatta di sacrifici e duro lavoro, la Thatcher trasferisce questi ideali nel suo pensiero politico: niente pappa pronta, ogni cittadino deve rimboccarsi le maniche e contribuire al bene del Paese. In questo caso parliamo dell’Inghilterra della fine degli anni 70, colpita da un forte declino economico, che la Thatcher cercò di curare con delle misure molto impopolari che provocarono scontri sociali, proteste dei lavoratori e dei sindacati (represse spesso con la violenza dalla polizia). Il suo carattere forte e deciso, provoca contrasti anche all’interno del partito conservatore che nei primi anni 90, a seguito delle proteste per contro la poll tax, decide di non riconfermarle l’appoggio, decretando così la fine del suo terzo mandato.

Il film ci mostra una donna forte che con determinazione si fa strada in un mondo, quello politico, fino a quel momento appannaggio esclusivo degli uomini. La scena del suo ingresso nella Camera dei Comuni in tailleur e tacchi a spillo, tra gli sguardi sorpresi dei suoi colleghi, unica macchia di colore tra tanti abiti grigi, rende bene l’idea di quanto contasse fino a quel momento la figura femminile nella vita politica inglese. La donna ottantenne, nonostante la malattia le impedisca di essere quella di un tempo, non perde però il suo orgoglio e la sua fermezza. Tenta inizialmente di combattere da sola contro questo nemico sleale, perché invisibile, e sceglie di affrontare questa nuova impresa nello stesso modo in cui fece altre volte in passato: senza arretrare di un passo. Dovrà però infine cedere e riconoscere, prima di tutto a se stessa, che tutto è cambiato, che lei non è più la stessa di un tempo e che questa è la prima battaglia in cui, per vincere, non le basterà affidarsi esclusivamente alle sue forze.

Nell’ultima scena la sentiamo pronunciare due sole parole che hanno il suono della resa: “Non lasciarmi!”. Scopriamo, dunque, che sotto la corazza di ferro si nasconde una donna fragile e impaurita che comprende soltanto adesso come la sua scelta di donarsi completamente alla vita politica, abbia pregiudicato irrimediabilmente la sua vita privata. Una donna che, di fronte all’evidenza di non avere più le capacità fisiche e mentali per riprendere il controllo della sua vita, scoppia in un urlo disperato.

Lo spirito di Gibellina, lo spirito dei siciliani.

Standard

L’anno appena passato è stato un anno particolarmente importante per me e, soprattutto nella sua coda, un anno intenso e ricco di soddisfazioni. Ma questi dodici mesi non sono stati facili, ho attraversato alti e (molti) bassi. Per questo per l’ultimo dell’anno ho deciso che volevo fare qualcosa di nuovo, respirare aria nuova, vedere luoghi nuovi.

In una parola: viaggiare.

Già da Settembre progettavo di passare il Capodanno all’estero. Le mete che avevo in mente erano: Portogallo, Spagna, Praga, Londra. Insomma avevo escluso a priori l’Italia e tantopiù la mia terra, la Sicilia. Passano i mesi e tra prof, tesi, bomboniere, ristorante, di questa fantomatica mini-vacanza non se n’è più parlato. Fino a che, pochi giorni prima del Natale, ricevo un sms da un’amica: “Vuoi venire a Erice per la notte di Capodanno? Affittiamo un miniappartamento.”. Penso “perché no? non ho mai visto quella zone della Sicilia” e confermo la mia disponibilità. In pochi giorni è fatta! Troviamo un B&B in Valderice che ha 4 posti liberi per quei giorni e prenotiamo.

La mattina del 30 sveglia presto per affrontare il viaggio in auto di circa 3 ore che occorrono per raggiungere la provincia di Trapani da Catania. Escludendo un piccolo malinteso sull’orario (mai delegare a uno squillo il segnale per la partenza dalle rispettive abitazioni per giungere al posto prestabilito! soprattutto se a interpretare quel segnale ci sono io! :D) il viaggio in macchina risulta piacevole e le ore sembrano passare velocemente. Giungiamo al B&B, con non poche difficoltà, tra navigatori impazziti e segnaletiche inesistenti, intorno all’ora di pranzo. Facciamo conoscenza con la proprietaria, la simpaticissima e disponibilissima (gli issima, che non uso quasi mai, qui sono davvero davvero necessari) Signora Elvira, che ci mostra le stanze, ci ragguaglia su alcune caratteristiche della casa e stabilisce insieme a noi gli orari per la sveglia e la colazione del giorno successivo.

Il primo pomeriggio subito dopo pranzo, si parte per Erice.

Veduta di Erice (mio scatto)

Un antico borgo medioevale situato su di un’alta collina perfettamente conservato ricco di chiese, torri, stradine strette e un fascino antico. Ad accoglierci, dopo qualche minuto, è “l’abbraccio di Venere”: una fitta nebbia che avvolge in pochi minuti tutto il borgo e lo carica di un atmosfera fiabesca.

L'abbraccio di Venere

Da bravi turisti visitiamo la Torre di Re Federico (108 gradini) da cui si gode della meravigliosa veduta della Valderice da una parte, del mar Mediterraneo e le isole Egadi dall’altra. Poi il Real Duomo, situato accanto alla Torre, dove rimango affascinato dal bianco lucente dell’altare in marmo e del tetto in stile neogotico riccamente decorato (sembra quasi uno di quei centrini lavorati all’uncinetto). Il tour prosegue poi con la visita delle altre due chiese principali: S. Martino e S. Giuliano (dove sono esposti dei  gruppi lignei raffiguranti la Passione di Cristo davvero molto belli). Girando per la città scopriamo all’interno di alcuni cortili aperti al pubblico dei presepi opera degli abitanti di Erice sui quali ci soffermiamo ogni volta (io in particolare essendo un amante di questa pratica religiosa :)). Finiamo poi a pomeriggio inoltrato, dalle parti del Castello di Venere e del Belvedere, dove tira una bell’arietta freddosa! Sfidando il gelo ammiriamo il panorama (a sole ormai già tramontato) e ci immortaliamo felici e sorridenti. In tarda serata si torna a casa stremati dal viaggio e dal continuo girovagare per il piccolo borgo collinare.

La mattina successiva decidiamo di visitare ben tre località: Selinunte, Mazara del Vallo e Gibellina. A quest’ultima dedicherò l’ultima parte di questo post. A Selinunte la visione del maestoso tempio greco ci lascia senza fiato.

Un mio scatto del tempio di Selinunte 🙂

E’ davvero incredibile come una semplice (per modo di dire) costruzione, un insieme armonioso di colonne, giunta sino a noi da tempi ormai remoti riesca ancora a farci battere così forte il cuore. E più ci allontanavamo, e più salivamo in alto, verso il sito del Teatro Greco, più il tempio ci sembrava forte e attirava il nostro sguardo. Quanti scatti gli ho dedicato! 😀

A Mazara del Vallo, una splendida cittadina che affaccia sul Mediterraneo, famosa più per la triste vicenda della piccola Denise che per le sue bellezze marittime, andiamo incontro a un bel giovane. Un giovane che ha atteso a lungo in fondo al mare di essere risvegliato dal suo sonno centenario.

Satiro Danzante

Non riesco a descrivervi quale gioia per gli occhi e per l’anima è la vista del “Satiro Danzante” di Mazara da secoli impegnato in una danza frenetica nell’ebrezza del vino, col volto sorridente e i capelli ricci mossi da questo vorticoso girare. Se avrete l’occasione andate a vedere il museo dov’è custodito, non c’è molto altro da vedere oltre questa grande statua (quasi  2 metri) ma vale il prezzo del biglietto credetemi.

Arriviamo a Gibellina nel primo pomeriggio.

La Stella di Consagra all'ingresso di Gibellina (mio scatto)

Ad accoglierci all’entrata del paese la grande Stella di Pietro Consagra che è soltanto il primo dei pezzi esposti in questo grande museo a cielo aperto che è appunto Gibellina. Dopo la sua totale distruzione nel 1968 a causa del tristemente famoso Terremoto del Belice, il paese venne lentamente rimesso in piedi. La ricostruzione venne affidata ad artisti e architetti di fama mondiale come appunto Consagra, Burri, Mimmo Paladino e tanti altri. Il piccolo comune nel trapanese divenne così un’immensa tela bianca su cui dipinsero questi grandi artisti, tramutando in realtà quello che la loro mente suggeriva. Tanto che oggi ovunque all’interno della cittadina è possibile ritrovare i numerosi “doni” fatti da queste menti creative affinche, attraverso l’arte, Gibellina potesse rinascere a nuova vita dalle macerie. La più toccante tra le opere “esposte” all’aperto, secondo me, è Il Cretto di Renato Burri (visibile su Google Maps) che ricopre con una larga colata di cemento le macerie della vecchia Gibellina, seguendone le linee delle strade e dei palazzi ormai crollati, quasi come fosse un lenzuolo bianco posto sulle vittime di quella immane tragedia.

Il progetto del Cretto di Burri (mio scatto)

All’interno del museo civico di arte contemporanea sono custodite altre bellissime opere, tutte ispirate al triste evento, tra cui una che mi è piaciuta moltissimo: La notte di Gibellina (1970) di Renato Guttuso.

La notte di Gibellina (1970) di Renato Guttuso (Museo Civico di Gibellina)

Il quadro, che descrive i momenti successivi alla scossa e le ricerche dei sopravvissuti, ha in primo piano una figura femminile nera, senza volto, coperta da un velo nero, attorniata da torce fiammeggianti, che “guarda” verso noi. La donna senza volto, annullata dalla morte che quegli occhi hanno visto in faccia, ci guarda, e ci invita a guardare (a due anni dal terremoto) quello che è (o non è) ancora Gibellina: un ammasso di macerie. La ricostruzione infatti, non era ancora iniziata e gli abitanti del Belice volevano far sentire la loro voce, la loro disperazione, il loro senso di abbandono. Guttuso, come tutti i grandi artisti sanno fare, udì quella voce, quel grido e lo tradusse in tela. Il suo quadro quindi è un grido che si unisce agli altri per dargli forza. Quella bandiera rossa rappresenta la volontà dell’artista di non far mancare il suo sostegno nella lottare del popolo siciliano affinché esso venga ascoltato e soccorso in un momento di grande difficoltà.

In conclusione, questo viaggio quasi inatteso alla fine si è rivelato un toccasana per il mio cuore. Ho vissuto 3 giorni con i miei amici, tra risate (e ancora risate). Ho visto luoghi della mia bella terra che ancora non conoscevo che mi hanno riempito gli occhi e l’animo di gioia.

Ma c’è stato anche il momento per ricordarmi che la storia della Sicilia è fatta, anche, di tragedie e degli sforzi del suo popolo che non smette mai di lottare, che riesce sempre a risorgere dopo di esse.

E io voglio imparare dal mio popolo.

Voglio imparare a non mollare, mai.

Tanto per farvi sapere che ci sono ancora. :)

Standard

Sono stato un pò latitante ultimamente. Scusatemi. Ma non ho avuto del tempo per sedermi e scrivere. Cioè mettere insieme delle parole e creare qualcosa di comprensibile.

Dall’ultima volta che ho scritto, non è cambiato poi molto: mi sono laureato e adesso sono in cerca di occupazione (perchè il “lavoro” di una volta non c’è). Ah! ho dato la festa per la mia laurea! Ho atteso il ritorno della mia amata sorellina 🙂 e ho festeggiato con tanti amici. E parenti (qb).

Per il resto: ho affrontato il mio primo colloquio “serio”, ma pare non sia andata molto bene. Capita. Ne ho già altri in previsione e… speriamo bene. Sto spaziando da una categoria all’altra del mondo del lavoro, con una strategia molto semplice: il primo lavoro che trovo, me lo tengo. Credo di non ragionare nella maniera sbagliata. Ho anch’io delle aspirazioni (chiamamoli pure sogni) ma per adesso vorrei solo trovare un lavoro dignitoso, se possibile stabile (ma su questo nutro ben poche speranze lo ammetto) e che mi permetta di uscire da casa e vivere la mia vita. Avevo pure pensato di lasciare l’Italia per (che ne so?) l’Inghilterra, cercarmi un lavoretto e mantenermi gli studi. Forse sbagliando ho deciso di rinviare tutto questo al prossimo anno (Maya permettendo ;)). Vorrei, prima di abbandonare il mio paese, vedere se questo mi vuole. Se entro un anno vedo che non è così… ripenserò alla possibilità di “respirare aria nuova”.

Sbaglio? Non lo so. Per adesso ho scelto così. E’ un periodo di così poche certezze nel mondo… come posso pretendere di averle in me?

Concludo questo mio post augurandovi buone feste, spero possiate condividere questi giorni di festa con le persone che amate di più e spero per voi che questi giorni felici possano durare anche quando Natale sarà passato.

Buon Natale

F.